Alessio Ercoli è finisher alla TOR100: il racconto della sua gara da Cervinia a Courmayeur

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di Valentina Besana

Dal 16 al 18 settembre, 110 chilometri, 7.640 metri di dislivello positivo e 26 ore e 4 minuti sulle più suggestive montagne della Valle d’Aosta. Alessio Ercoli ha chiuso la sua TOR100 al 76° posto su 660 iscritti a Courmayeur, trasformando una gara che voleva soprattutto portare a termine in una prova capace di regalargli molto più di quanto immaginasse. Domenica 20 settembre è tornato a Courmayeur per la premiazione, che ha chiuso ufficialmente la gara.

La TOR100 rappresentava appena la seconda gara della sua esperienza nel trail e il primo vero confronto con una distanza così importante. Eppure, chilometro dopo chilometro, Ercoli ha trovato ritmo, energie e fiducia, fino a scoprire di poter spingere anche nella parte finale della lunga traversata.

Una gara costruita con pazienza e intelligenza, attraverso una gestione attenta delle energie e dell’alimentazione, che gli ha permesso di crescere con il passare delle ore. E al traguardo, oltre alla soddisfazione per un risultato importante, è arrivata anche una nuova consapevolezza: forse i 110 chilometri non sono il limite, ma l’inizio di qualcosa di ancora più grande.

Il prossimo obiettivo è già lì, all’orizzonte: il TOR330 – Tor des Géants. Lo abbiamo incontrato dopo la gara per ripercorrere la sua TOR100 e capire cosa gli ha lasciato questa prima, lunghissima esperienza sulle montagne della Valle d’Aosta.

Partiamo dall’obiettivo prudente con cui sei partito, senza grandi proclami: portare a termine la gara. Dopo 110 chilometri, 7.640 metri di dislivello e 26 ore e 4 minuti, quanto è cambiato quello che pensavi sarebbe stata la tua TOR100?

Ho scoperto non solo di poter sostenere un simile sforzo, ma di essere anche in grado di andare oltre. Perché a parte qualche affaticamento alle gambe non ho avuto alcun tipo di problema e avrei potuto – e forse voluto – proseguire oltre. Sapevo di poter arrivare, ma non pensavo di arrivare così bene.

Dopo 20 chilometri è arrivata una crisi alla Fenêtre du Tzan. Cosa è successo in quel momento? E come si gestisce una difficoltà quando sai che davanti hai ancora tantissima strada?

Mi è successa una cosa strana, avevo già le gambe stanche e un po’ pesanti dopo così pochi km, ma sapevo che quella era la salita che mi piaceva meno e l’avevo messo in conto. Sapevo però anche che dopo c’era una discesa ostica dove potevo recuperare e il terzo ristoro dove avrei mangiato una zuppa e dove mi aspettava un’amica. Affrontare il percorso a tappe è la mia tattica per avere la meta più vicina. 

Sui social hai postato una frase che secondo me racconta molto della tua gara: “ho deciso di correre con la testa più che con le gambe”. Che cosa significa concretamente correre con la testa in una gara così lunga?

Significa saper ascoltare il tuo corpo, fermarsi a mangiare e non andare mai fuori giri. I giri notturni in solitaria che ho fatto allenandomi hanno reso la notte della gara piacevole, in mezzo ad altre persone e con la consapevolezza di trovare i rifugi aperti con i ristori. Significa anche non scoraggiarsi mai: dopo un momento difficile ci sarà per forza un recupero, dopo una condizione avversa ne arriverà una migliore.

A un certo punto hai capito che stavi andando forte. Ti ricordi quando hai avuto questa sensazione?

Quando sono arrivato alla base vita di Oyace la mattina e ho visto che ero nei primi 100. Poi nella salita successiva ho parlato con gente che aveva fatto gare impegnative: UTMB, LUV, Gran Canaria… e io che ero alla mia prima gara ero lì con loro. Avevo tanti amici e la mia famiglia che mi aggiornavano e vedevo che recuperavo le posizioni che perdevo ai ristori con la mia strategia di fermarmi sempre per non andare in deficit di calorie e carboidrati.

Dopo 26 ore, che cosa ti è rimasto più impresso della Valle d’Aosta attraversata così: un paesaggio, un’alba, una salita, un incontro?

Sicuramente il tramonto al Malatrà. Passare da lì è sempre emozionante, ma in gara e con la consapevolezza di essere ormai arrivato (anche se mancano ancora 20 km!) ti dà una carica pazzesca che si mescola alla meraviglia del Monte Bianco con i colori dell’ultimo sole. Lungo la strada ho incontrato tante persone e spesso le ritrovavo, la compagnia è stata sicuramente molto piacevole, anche perché in montagna si è tutti amici, anche senza conoscersi.

La TOR100 è finita, ma sembra averti aperto una porta verso una sfida ancora più grande. Cosa puoi confidarci, pensando ai 330?

Il prossimo anno penso di provare il TOR130, magari pensando un po’ di più al tempo. Intanto mi alleno già per il TOR330, seguendo il consiglio dei miei amici. Voglio fare le cose gradualmente, capire se le gambe mi possono portare oltre, perché il fiato e la resistenza ho capito di averli.

Grazie Alessio per aver condiviso con noi questa esperienza, prima e dopo. Complimenti e alla prossima sfida!

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