Frontalieri e Terre di confine: aprire un confronto istituzionale serio
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di Lisa Molteni
Negli ultimi giorni, grazie a relazioni consolidate e a un dialogo costruito nel tempo, è stato possibile interloquire con interlocutori istituzionali di entrambe le Regioni interessate, con rappresentanze sindacali e con esponenti politici della Confederazione Svizzera su temi che incidono direttamente sulla vita dei territori di confine e dei lavoratori frontalieri.
Questo confronto si inserisce in un percorso che non nasce oggi. Nei mesi scorsi sono stata promotrice di azioni e segnalazioni formali presso le istituzioni dell’Unione Europea, l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL) e la Corte dei Conti, con l’obiettivo di richiamare l’attenzione sui profili di equità, sostenibilità e coerenza delle misure che incidono sul lavoro frontaliero e sulle comunità di confine.
Quelle iniziative erano necessarie e doverose. Oggi, tuttavia, è evidente che la sola dimensione formale non è più sufficiente.
L’entrata in vigore del nuovo assetto normativo sul lavoro frontaliero segna un cambio di fase irreversibile. Le decisioni sono operative e producono effetti concreti sulla quotidianità di migliaia di famiglie, spesso senza che vi sia stato un adeguato confronto pubblico nei territori direttamente coinvolti.
Sul fronte sanitario, l’eventuale introduzione di un ulteriore contributo per i frontalieri lombardi pone una questione di equità, coerenza e sostenibilità sociale. Si tratta di persone che contribuiscono fiscalmente in Italia, che sostengono già costi sanitari nel sistema svizzero e che rappresentano una componente essenziale dell’economia reale delle aree di confine. In assenza di una posizione chiara e univoca, il rischio è quello di generare disparità territoriali e incertezza sociale.
Sul piano bilaterale, il nuovo Protocollo Italia–Svizzera ridisegna in modo strutturale la fiscalità dei frontalieri, irrigidisce la definizione dello status, aumenta gli adempimenti individuali e affronta il tema del telelavoro con un approccio prudente e restrittivo. L’obiettivo di maggiore ordine per gli Stati è comprensibile; meno chiaro è quale visione complessiva venga restituita ai territori in termini di servizi, mobilità, infrastrutture e qualità della vita.
Il rischio concreto è che il lavoratore frontaliere venga ridotto a una semplice voce di bilancio, perdendo il riconoscimento del proprio ruolo strategico per l’equilibrio economico e sociale delle aree transfrontaliere.
In questo percorso meritano di essere valorizzate anche le esperienze amministrative virtuose che stanno emergendo nei territori. In particolare, va sottolineato il contributo dell’Furio Artoni, avvocato penalista e consigliere comunale del Comune di Luino, che nel corso dell’ultima seduta del Consiglio comunale ha presentato due mozioni a tutela dei territori di confine e dei lavoratori frontalieri, entrambe approvate all’unanimità.
In un Comune che conta circa 5.400 lavoratori frontalieri, l’approvazione unanime di queste due mozioni rappresenta un segnale politico e istituzionale di grande rilievo: dimostra attenzione concreta al tema del frontalierato e una chiara volontà di evitare disparità di trattamento tra territori e cittadini.
Furio Artoni sta dimostrando di essere un amministratore attento, equilibrato e capace di tenere insieme tutela dei lavoratori, sostenibilità territoriale e responsabilità istituzionale. È un privilegio poterlo considerare un interlocutore in questa fase e avviare con lui un dialogo costruttivo, orientato alla ricerca di soluzioni condivise. Il tema del frontalierato, infatti, non riguarda un singolo Comune, ma coinvolge numerosi Comuni dei nostri territori, rendendo necessario un progetto comune e trasversale.
Per queste ragioni ritengo necessario superare una gestione affidata esclusivamente a lettere e comunicazioni formali, che rischiano di irrigidire il confronto senza affrontare i nodi reali.
In virtù delle deleghe ricevute e del titolo che mi è stato conferito, sono pronta a farmi promotrice di un percorso di confronto diretto, aperto e strutturato, una vera e propria negoziazione istituzionale, fondata su dialogo, trasparenza e responsabilità condivisa, coinvolgendo tutti i livelli competenti.
L’obiettivo è affrontare questi temi in modo ordinato e consapevole, valutando anche l’opportunità di rimandare, riconsiderare o modulare scelte che hanno un impatto profondo sui territori di confine e sulle persone che li vivono ogni giorno.
Il dialogo non è una concessione, ma uno strumento di buona politica.
Ed è oggi l’unica strada credibile per garantire certezza normativa, equità di trattamento e sostenibilità sociale.
Chi vive il confine ogni giorno ha il diritto di partecipare alle decisioni che lo riguardano.
Ed è da qui che deve ripartire qualsiasi scelta responsabile.






