L’ultimo rintocco di Bosco Gurin: identità secolare al crepuscolo

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di Lucas Casati

L’eco dei passi tra le case di legno e sasso si fa sempre più fievole. Quello che per secoli è stato il
baluardo della cultura Walser nel Canton Ticino, l’unica isola linguistica germanofona della
regione, sta scivolando in un silenzio che sa di resa. Bosco Gurin non combatte solo contro
l’inverno e le valanghe; combatte contro l’oblio di una lingua e di una stirpe che rischiano di
svanire per sempre.
Il volto di questa crisi ha gli occhi di Alexander Cerini, un neonato di soli sei mesi. Egli è l’ultimo
dei Ggurijnar, l’ultimo barlume di speranza in una comunità che non vedeva una nascita dal 2022, e
prima ancora dal 2015. La statistica demografica di questo borgo a 1506 metri di altitudine è
un bollettino di guerra: dai 420 abitanti del 1858 si è passati a soli 45 residenti effettivi. Il
cimitero locale, con le sue croci cariche di nomi storici come Tomamichel e Sartori, oggi ospita più
anime di quante ne camminino per le strade ghiacciate del paese.
Il simbolo più lancinante di questo declino è l’aula delle ex scuole elementari. Da vent’anni il
suono della campanella è un ricordo sbiadito. I banchi, con i loro antichi calamai, sono rimasti
intatti nella speranza, rivelatasi vana, di veder tornare degli allievi. Ora, quegli spazi verranno
smantellati per far posto a un archivio: la vita che cede il passo alla conservazione museale.
La sopravvivenza dei Walser è legata a doppio filo alla loro lingua, il Ggurinartitsch. Tuttavia, la
soglia di sopravvivenza sembra ormai superata. Nonostante gli sforzi di madri come Karin Cerini-
Tomamichel, che chiede agli anziani di parlare ai figli nell’idioma ancestrale, la realtà è amara: i
pochi minorenni rimasti giocano e comunicano in italiano o in dialetto ticinese. Una lingua che
muore non è solo un insieme di suoni che scompare, è un modo unico di interpretare il mondo che si
spegne per sempre.
Vivere a Bosco Gurin è un atto di resistenza quotidiana. Gli abitanti si dividono tra mille
mestieri per far sopravvivere l’economia locale: si munge all’alba, si consegna la posta al mattino e
si gestiscono musei o impianti sciistici nel pomeriggio. Ma la bellezza mozzafiato del paesaggio
non basta a trattenere i giovani. A 14 anni, i ragazzi devono abbandonare il nido per studiare a
Locarno o Lugano, e raramente il sentiero del ritorno li riporta a casa per restare.
Il sindaco Alberto Tomamichel, guida della comunità da 31 anni, guarda con preoccupazione a un
futuro senza successori e a un clima che, cambiando, rende la neve sempre più rara e le valanghe
una minaccia imprevedibile. Il rischio è che Bosco Gurin si trasformi in una splendida cartolina
senza anima, dove la cultura Walser non è più vita vissuta, ma solo un reperto da mostrare ai
turisti.
Se non si interviene per invertire questa rotta, l’ultima generazione di Walser del Ticino potrebbe
rendersi conto, troppo tardi, di aver ereditato una storia millenaria senza avere più le parole per
raccontarla. Il tempo dei Ggurijnar non è infinito; il momento di agire per preservare questo
patrimonio è ora, prima che l’ultima luce sopra la Val Formazza si spenga definitivamente.

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