Maschere dell’inverno: dai Brüt della Valle Intelvi ai Krampus del Sud Tirolo
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Di Valentina Besana
Nelle vallate alpine, dove l’inverno scandisce il ritmo della vita comunitaria e la montagna segna il confine tra il mondo domestico e quello selvatico, le tradizioni popolari assumono spesso forme sorprendenti. Non si tratta solo di feste o carnevali, ma di veri e propri riti collettivi, che raccontano la storia delle comunità, i loro conflitti sociali, le paure e le speranze.
Tra le molte tradizioni che attraversano l’arco alpino, due figure colpiscono per la loro forza simbolica: da un lato il Carnevale di Schignano con le sue celebri maschere dei Bej e dei Brüt, nel cuore della Valle Intelvi, sopra il Lago di Como; dall’altro le inquietanti figure dei Krampus, protagonisti delle notti di dicembre in molte regioni alpine tra Austria, Sud Tirolo e Friuli.
Osservati nel loro contesto culturale, raccontano molte storie comuni fatte di cicli stagionali marcati e riti in cui la comunità mette in scena se stessa.
Nel piccolo borgo di Schignano, sulle montagne che dominano il Lago di Como, il carnevale è un teatro collettivo che racconta la storia sociale della valle.
Il cuore della tradizione è rappresentato dalle maschere dei Bej e dei Brüt, due figure contrapposte che incarnano mondi opposti della società. I Bej, letteralmente “i belli”, indossano abiti ricchi e vistosi, con cappelli decorati da fiori, nastri e piume, e campanacci dal suono armonioso. Camminano con eleganza, quasi con ostentazione, rappresentando la ricchezza e il successo sociale.
I Brüt, invece, sono l’esatto contrario. Vestiti di stracci, coperti di fuliggine, con campane rumorose e dissonanti, si muovono in modo scomposto e imprevedibile. Corrono, disturbano il pubblico, fanno scherzi irriverenti, portano sulla scena il lato grottesco e disordinato della società.
Dietro questa contrapposizione si nasconde una storia molto concreta: quella dell’emigrazione. Per secoli, molti uomini della Valle Intelvi furono costretti a lasciare il paese per lavorare altrove, come muratori, scalpellini o artigiani, tornando a casa solo in determinati periodi dell’anno. I Brüt rappresentano spesso proprio questi emigranti, con la valigia simbolica che ricorda le partenze e le fatiche della vita lontano dalla valle.
Il Carnevale di Schignano non si limita ai Bej e ai Brüt. Attorno a loro ruota un vero e proprio cast di personaggi tradizionali.
Tra questi spiccano i Sapeur, figure silenziose avvolte in pelli di pecora che sorvegliano l’ordine del corteo, e la Ciocia, l’unico personaggio parlante, che con ironia e satira denuncia ingiustizie sociali nel dialetto locale.
Al centro del rituale vi è anche il Carlisep, un fantoccio che rappresenta il Carnevale stesso. Dopo essere stato esposto per giorni nel paese, viene portato in processione e infine bruciato nella notte del Martedì Grasso. Il rogo segna simbolicamente la fine della festa e il ritorno all’ordine quotidiano.
Questo momento finale ha un significato profondo, il fuoco sancisce la chiusura di un periodo di caos rituale e il ritorno alla normalità della comunità.
Se il Carnevale di Schignano racconta la società attraverso a figure come i brüt, in molte regioni dell’arco alpino, soprattutto durante il periodo invernale, compaiono figure altrettanto inquietanti e rumorose: sono i Krampus, creature demoniache protagoniste delle sfilate che accompagnano la festa di San Nicola nelle vallate dell’Austria, del Sud Tirolo e del Friuli.
Nella tradizione popolare, San Nicola premia i bambini buoni con dolci e piccoli doni, mentre i Krampus puniscono quelli cattivi con fruste simboliche o spaventandoli con inseguimenti e rumori di campanacci.
Le loro maschere sono impressionanti, volti demoniaci scolpiti nel legno, lunghe lingue rosse, corna imponenti e pelli animali. Durante le sfilate, i partecipanti agitano catene e campanacci creando un’atmosfera quasi primordiale.
Anche in questo caso, però, dietro la spettacolarità si nasconde una storia molto più antica.
Molti studiosi ritengono che i Krampus abbiano origini pre-cristiane, legate ai riti del solstizio d’inverno e alla necessità simbolica di scacciare gli spiriti maligni durante le notti più lunghe dell’anno.
Con l’arrivo del cristianesimo, queste figure furono integrate nel calendario religioso: il demone non scomparve, ma fu trasformato nel servitore di San Nicola, creando una narrazione in cui il bene domina e controlla il male.
Questa fusione tra tradizione pagana e cultura cristiana è tipica di molte aree alpine, dove le comunità hanno spesso conservato antichi rituali adattandoli nel tempo.
Oggi molte di queste tradizioni stanno vivendo una nuova stagione di interesse. Se da un lato attirano turisti e visitatori, dall’altro restano momenti molto sentiti dalle comunità locali.
A Schignano, la costruzione delle maschere lignee continua a essere un’arte tramandata di generazione in generazione. Allo stesso modo, nelle valli dell’arco alpino i gruppi dei Krampus preparano costumi e sfilate per mesi.
Ciò che rende queste tradizioni ancora vive è proprio il loro legame con il territorio. Non sono spettacoli creati per il pubblico, ma riti che nascono dentro la comunità.
È interessante che tradizioni come quelle di Schignano o dei Krampus non sono semplici spettacoli folkloristici. Sono forme di memoria collettiva.
Le maschere, in molte culture di montagna, permettono di sospendere temporaneamente l’ordine sociale. Chi indossa una maschera può diventare altro: un ricco, un povero, un demone, uno spirito.
Questo meccanismo crea uno spazio rituale in cui la comunità può riflettere su se stessa. Nel Carnevale di Schignano si parla di emigrazione e disuguaglianza sociale. Nei riti dei Krampus si affrontano paure più profonde, legate all’inverno, alla notte e al caos. In entrambi i casi, il rituale ha una funzione fondamentale, rafforzare l’identità collettiva.





