Montagna in Costituzione: la proposta che può ridare gambe all’autonomia

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di Daniele Trabucco **

Sta prendendo forma, con la forza simbolica e politica dell’iniziativa popolare, una proposta di legge costituzionale del Partito Popolare del Nord che mira a istituire e riconoscere le Province montane dentro l’architettura della Repubblica. Il tema, a prima vista tecnico, tocca in realtà un nervo scoperto: quello di territori che pagano più di altri lo spopolamento, la fragilità infrastrutturale, i costi elevati dei servizi essenziali e la difficoltà di tenere insieme comunità disperse, spesso lontane dai grandi centri decisionali e dalle grandi reti economiche.

Qualcuno potrebbe obiettare che le Province montane compaiono già nella legislazione ordinaria, richiamando la legge n. 56 del 2014. È vero: quel testo evoca la montagna, ma lo fa senza imprimere una svolta reale. Il riferimento resta sostanzialmente descrittivo e, soprattutto, non costruisce un sistema di competenze e di risorse coerente con la specificità dei territori di quota. In altre parole, non cambia i rapporti di forza, non crea garanzie stabili, non vincola lo Stato a politiche strutturali. Nel frattempo, chi vive in montagna continua a fare i conti con tempi di percorrenza più lunghi, presìdi sanitari e scolastici più fragili, manutenzione del territorio più onerosa, rischio idrogeologico e incendi, connessioni materiali e digitali spesso inadeguate.

Qui sta il punto decisivo: portare le Province montane a livello costituzionale significa trasformare una formula debole in un principio forte. La Costituzione non è un elenco di buone intenzioni, ma il luogo in cui si fissano le scelte di fondo e si distribuisce il potere pubblico. Un riconoscimento costituzionale può incidere su tre piani: l’assetto istituzionale, perché definisce un livello di governo con un’identità propria; la ripartizione delle competenze, perché orienta legislazione statale e regionale verso una considerazione non episodica della montagna; la finanza pubblica, perché rende più difficile tagliare con l’accetta e più naturale costruire criteri di perequazione che tengano conto delle condizioni oggettive di svantaggio.

Non c’è, in questo, alcun discrimine contro gli altri territori. La montagna, per sua natura, non chiede privilegi ma equità sostanziale. La stessa Costituzione conosce già un favor per le zone montane: l’articolo 44, nel disegnare la politica agraria e la tutela del territorio, richiama espressamente la necessità di provvedimenti a favore delle aree montane. È un segnale chiarissimo: il costituente non ha mai immaginato un’Italia “piatta”, governata con identici strumenti ovunque, ma un Paese in cui l’uguaglianza si realizza anche attraverso misure differenziate quando le condizioni sono differenti. Sullo sfondo, inoltre, c’è una copertura europea spesso dimenticata: il diritto dell’Unione, nel quadro della coesione economica, sociale e territoriale, impone attenzione specifica alle regioni che soffrono svantaggi naturali o demografici gravi e permanenti, tra cui rientrano esplicitamente le regioni montane.

A rendere la proposta politicamente sensibile è il suo possibile effetto di sistema. Se le Province montane diventano un nodo riconosciuto nella trama costituzionale, l’autonomia smette di essere uno slogan e torna a essere un progetto ordinatore: servizi essenziali garantiti con criteri realistici, infrastrutture disegnate sulla morfologia dei luoghi, gestione del territorio legata a chi lo abita e lo conosce, politiche contro lo spopolamento pensate come investimento nazionale e non come costo da comprimere. In questo senso, la montagna non si oppone alla pianura o alle città; diventa, piuttosto, il banco di prova di una Repubblica capace di articolarsi senza abbandonare nessuno.

Resta, infine, una lettura inevitabilmente politica. Da anni il tema del federalismo e della riforma autonomistica è stato promesso e spesso sbandierato. L’impressione, per molti, è che la spinta si sia consumata in compromessi e rinvii, fino a tradire la promessa originaria di un riassetto serio dei poteri e delle responsabilità. Per questo l’iniziativa sulle Province montane ha un valore che va oltre il perimetro alpino o appenninico: riapre la questione dell’autonomia là dove è più concreta e più urgente, nei territori che mostrano con maggiore evidenza che l’uguaglianza, se non diventa differenziazione ragionevole, rischia di trasformarsi in indifferenza istituzionale. In montagna, spesso, la distanza non è solo geografica: è la distanza tra il centro e la vita reale. Mettere quella distanza dentro la Costituzione può essere il primo passo per ridurla davvero.

**(Professore strutturato in Diritto Costituzionale e Diritto Pubblico Comparato presso la SSML/Istituto di grado universitario “San Domenico” di Roma. Dottore di Ricerca in Istituzioni di Diritto Pubblico nell’Università degli Studi di Padova).

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