Tagliamento, l’ultimo Re Selvaggio d’Europa sotto assedio

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di Lucas Casati

Il Tagliamento non è semplicemente un corso d’acqua; è un monumento naturale vivente, l’ultimo
grande fiume dell’Europa centrale che ancora scorre liberamente, privo di imbrigliature.
Definito per la sua maestosità “il Re dei fiumi alpini”, rappresenta un caso unico nel continente: un
fiume a canali intrecciati che conserva una dinamica morfologica naturale quasi del tutto priva di
interventi umani significativi.
Un ecosistema di inestimabile valore Dalle Dolomiti Friulane al mare Adriatico, il Tagliamento
disegna per 178 chilometri un corridoio ecologico fondamentale, unendo la regione alpina con il
litorale veneto-friulano. La sua ampiezza, ospita oltre 600 isole e una ricchezza di specie vegetali e
ittiche — tra cui la Trota Marmorata e la Lampreda Padana — che lo rendono un serbatoio di
biodiversità senza eguali. Questa natura selvaggia non è solo un vanto locale, ma un laboratorio a
cielo aperto che richiama studiosi dalle università di tutto il mondo, dalle Alpi alle Montagne
Rocciose.
La minaccia del cemento Nonostante il riconoscimento internazionale, questo gioiello è oggi
minacciato da progetti di ingegneria civile definiti da molti esperti come invasivi e anacronistici.
Opere come la “traversa laminante” tra Spilimbergo e Dignano o l’ipotesi di un “ponte-diga”
rischiano di frammentare l’ecosistema, alterando il naturale trasporto dei sedimenti e
compromettendo la falda acquifera, bene comune di inestimabile valore.
Una scelta di civiltà La comunità scientifica e migliaia di cittadini si sono mobilitati con
determinazione, sostenendo la candidatura del bacino del Tagliamento a “Riserva della biosfera
dell’Unesco”. Difendere il Tagliamento significa opporsi a una visione del territorio che privilegia il
consumo di suolo rispetto alla cura dell’esistente. La stessa Unione Europea, attraverso la Legge sul
ripristino della natura, obbliga gli Stati a recuperare gli ecosistemi degradati: distruggere l’ultimo
fiume naturale d’Europa sarebbe un paradosso storico e un crimine ambientale imperdonabile.
È giunto il momento di decidere se vogliamo essere ricordati come la generazione che ha
cementificato l’ultimo Re o quella che ha avuto il coraggio e l’eleganza di lasciarlo scorrere libero.

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