Le Alpi del Viceré 2/2 – Il monte San Primo con l’appendice dei monti Oriolo e Megna

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Di Guido Sala

Ci siamo lasciati qui Le Alpi del Viceré 1/2: I monti Boletto, Bolettone, Palanzone e Preaola – PopolidelleAlpi sulla cima del Monte Preaola (1.417 m), forse il monte più remoto del Triangolo Lariano, dal quale si può tornare sui propri passi scendendo alla Bocchetta di Lavignac (1.331 m), sperduta quanto la cima soprastante, e da qui raggiungere la Dorsale del Triangolo Lariano e la Colma del Piano (1.124 m), dove sorgono il Ristorante La Colma e l’Osservatorio Astronomico. Qui arriva anche il mitico Muro di Sormano, noto tra gli appassionati di ciclismo, una breve salita lunga meno di 2 km con una pendenza media del 17% e punte del 27%. Poco sotto, sul lato di Nesso, si trovano l’Agriturismo Binda e ancora più in basso i Piani del Tivano e i più appartati Piani di Nesso, che si incontrano salendo da Nesso alla Bocchetta di Lavignac. Appena sopra la Colma del Piano, dal giugno 2024 è operativo il Planetario di Sormano, una nuova struttura per gli appassionati di astronomia inserita in una rete transfrontaliera italosvizzera di osservatori astronomici: Campo dei Fiori, Monte Lema e Sain Berthelemy, in Valle d’Aosta.

Dalla Colma del Piano la vista spazia a SE sulle Grigne, il Resegone, il gruppo dei Corni di Canzo e la sottostante Valassina, mentre a N la vista è chiusa dalla lunga costiera del Monte San Primo, la cima più alta del Triangolo Lariano, che assume quasi sempre una tinta dorata per l’estesa esposizione a S dei versanti prativi che danno sul Piano del Tivano. Il sentiero di accesso al monte parte proprio in corrispondenza del Ristorante La Colma, e prosegue lungamente sulla Dorsale del Triangolo Lariano con scarsa pendenza, raggiungendo la Colma del Bosco (1.233 m), quindi l’Alpe Spessola (1.237 m), dove si incrociano in sentieri che scendono a Magreglio e a Barni, a E, o al Piano del Tivano, a W. Da qui la salita si inerpica leggermente, ma senza mai avere grandi pendenze, per raggiungere la Bocchetta di Terrabiotta (1.436 m), presso l’omonima Alpe. Da qui il sentiero con un tornante si rivolge a W e, stando appena sotto la cresta erbosa, raggiunge con un ripido strappo la vetta del Monte San Primo (1.686 m), posta al centro del Lago di Como.

Monte San Primo, 1.686 m

La vista è a 360°: a N i monti dell’Alto Lago, quindi la catena Monte Legnone-Pizzo dei Tre Signori e il Monte Muggio (1.799 m), a E le Grigne (forse la vista più bella sul gruppo si ha proprio dal Monte San Primo), i Piani Resinelli, il Monte Coltignone e il Resegone, a S il gruppo dei Corni di Canzo e i fratelli minori Palanzone (1.436 m), Preaola (1.417 m), Bolettone (1.317 m) e Boletto (1.236 m); a W il Monte Bisbino (1.325 m), il Sasso Gordona (1.410 m), il Monte Generoso (1.701 m) e il gruppo del Monte Galbiga (1.698 m). Sulla cima del monte convergono anche la salita per la cresta W, che da Veleso (840 m) raggiunge il San Primo passando per il modesto risalto del Monte Colmenacco (1.281 m), la direttissima che sale ripida dal Rifugio Martina (1.231 m) e la salita per la cresta E, che passa dal Monte Ponciv (1.453 m) e da alcune gobbe erbose del San Primo, la più elevata delle quali è detta – con una certa enfasi – Cima del Costone (1.616 m). Questa via può essere percorsa come via di discesa in quanto dal Monte Ponciv scende ripidamente verso l’Alpe Spessola e da qui torna alla Colma del Piano.

Le Grigne dall’Alpe Spessola

Attorno al Monte San Primo vi sono alcune cose interessanti da vedere: il Santuario della Madonna del Ghisallo, all’omonimo valico, a 754 m, la sorgente del Lambro e alcune emergenze geologiche.

La prima testimonianza storica certa del Santuario del Ghisallo[1] risale al luglio 1623, quando gli abitanti di Magreglio ottennero il permesso di celebrare la Santa Messa nella Cappella dedicata alla Beata Vergine Maria, da loro ricostruita (evidentemente vi era già un precedente luogo di culto). Successivamente, nel 1660, il sacerdote G.B. Bonanome istituì un legato per le Messe del Santuario, e nel 1681 la chiesa fu arricchita da un portico a tre archi. A partire dal 1706, grazie alla possibilità di partecipare regolarmente alle funzioni religiose e alla sua posizione sommitale, il piccolo oratorio divenne un luogo di pellegrinaggio sempre più frequentato. Piccole trasformazioni e ritocchi successivi hanno dato vita alla chiesa che vediamo oggi.

Madonna del Ghisallo

Nel santuario troviamo una splendida Virgo Lactans, opera di un pittore anonimo del XVI secolo: la Vergine che allatta il Bambino è un’iconografia tipica dell’Alta Brianza e dei monti lecchesi, come visibile anche alla vicina Madonna di Campoè, sopra Rezzago.

La dedicazione di questo piccolo oratorio alpestre a Patrona del Ciclismo è opera di Don Ermelindo Viganò (1906-1985), nato nel 1906 a Mediglia (Milano), il quale si trasferì a Pian Rancio durante la Seconda Guerra Mondiale insieme ai Martinitt di Milano, ricoprendo dal 1944 al 1985 il ruolo di parroco e rettore del Santuario di Magreglio. Don Ermelindo ebbe una visione audace: elevare la piccola chiesa a “Santuario del Ciclismo Italiano” e proclamare la Madonna del Ghisallo “Patrona dei corridori ciclisti”. Quest’idea nacque durante il Giro di Lombardia del 1947, quando il Ghisallo rappresentava la sfida più impegnativa per i ciclisti dell’epoca. Il sacerdote osservò i corridori fare il segno di croce al transito al passo e sulla base di quel gesto decise di rendere l’icona della Madonna venerata nella chiesina di Magreglio la Protettrice dei ciclisti. Don Ermelindo coinvolse numerosi campioni come Fausto Coppi, Gino Bartali e Ercole Baldini, organizzando gare e ottenendo il passaggio del Giro d’Italia e del Giro di Lombardia sul Ghisallo. Nel 1947, a Magreglio, l’associazione “Pro Magreglio” organizzò una manifestazione sportiva che si concluse con una cerimonia religiosa presso il Santuario della Madonna del Ghisallo. Don Carlo Gnocchi (1902-1956), consacrò la Vergine a nome degli sportivi presenti. Nel settembre dello stesso anno Don Ermelindo scrisse al Cardinale Ildefonso Schuster (1880-1954), chiedendo la proclamazione della Madonna del Ghisallo a Patrona del Ciclismo Italiano. La richiesta fu accolta e trasmessa al Papa Pio XII (1876-1958), alla quale diede il consenso ufficiale nel giugno 1948. Il 13 ottobre 1948 Pio XII accese e consegnò la fiaccola offerta dai ciclisti italiani alla Madonna del Ghisallo: essi partirono dalla Basilica di San Pietro a Roma lo stesso giorno e raggiunsero il Ghisallo il 17 ottobre, dopo essere passati per le cattedrali di Firenze, Bologna e Milano.

Il piazzale di fronte al piccolo oratorio offre una splendida vista panoramica sul ramo lecchese del Lario e sulle Grigne. Nel 1973, è stato eretto un monumento dedicato ai ciclisti: realizzato in bronzo, esso rappresenta la vittoria e la sconfitta, con il gesto di un corridore che taglia il traguardo alzando il braccio e un secondo corridore esausto. Davanti alla chiesa sono collocati alcuni memoriali che ricordano figure importanti legate al luogo e al ciclismo, come Emilio Colombo, Fausto Coppi, Don Ermelindo Viganò, Gino Bartali, Alfredo Binda, Don Luigi Farina e Vincenzo Torriani. In prossimità della chiesetta vi è anche il Museo del Ciclismo, inaugurato il 14 ottobre 2006.

Sul Monte Ponciv, appendice orientale del San Primo, si trova la sorgente del Lambro, il fiume che attraversa la Valassina e la Brianza, lungo 130 km.

Scendendo dal Monte Ponciv, con i Corni di Canzo e il Monte Moregallo sullo sfondo.

Essa è raggiungibile da Magreglio ed è chiamata Sorgente Menaresta per l’intermittenza che caratterizza lo sgorgare dell’acqua. In prossimità della sorgente si apre la grotta detta del Bus di Pegur (Buco della Pecore), così chiamata perché alcune forme di stalattiti poste al suo interno ricordano vagamente la lana delle pecore. Poco distante dalla sorgente vi sono anche la Pietra Luna, un grosso masso erratico con traccia di un fossile a falce di luna a rovescio: leggende locali dicono che sia una traccia dello zoccolo del diavolo, come già la tracce di Dolomia Conchodon sul Sasso Malascarpa (leggi qui: L’isola senza nome: il gruppo dei Corni di Canzo – PopolidelleAlpi), e la Pietra Sole, altro masso erratico con inciso un grosso sole – opera ottocentesca – sulla sua sommità. Lungo la strada asfaltata che scende verso Bellagio si trova invece la Pietra Lentina, uno dei massi erratici più imponenti della Lombardia, con un volume di ben 1.500 m3. Anche qui, le numerose tracce di fossili che porta su di sé furono legate nei secoli scorsi a presenze demoniache, un topos comune delle Alpi, causato dallo stupore di fronte a bizzarri fenomeni naturali non spiegabili con le conoscenze scientifiche dell’epoca.

Se dal Ghisallo si scende per la carrozzabile verso Asso si incontra Barni e quindi Lasnigo, un piccolo borgo con una magnifica chiesa romanica (XII secolo), che sorge su una piccola altura sul lato destro della strada. La chiesa, opera dei Maestri Comacini, è dedicata a Sant’Alessandro, qui rappresentato con le insegne della Legione Tebea – altro topos ricorrente delle Alpi, basti pensare a San Maurizio d’Agauno, patrono della Savoia, oggi parte del Cantone Vallese, in Svizzera – ed è monumento nazionale dal 1912.

Poco prima di Asso la strada devia ad E ed entra in Valbrona: una piccola vallata, di piacevole aspetto quasi alpino, incuneata tra i Corni di Canzo e un piccolo gruppo montuoso a N, non troppo famoso ed ancor meno frequentato: i monti Megna (1.050 m) e Oriolo (1.108 m).

L’Oratorio dei Morti della peste del 1630 di Valbrona.

Il Monte Oriolo è interamente boscoso e la sua salita non offre grandi attrattive: meglio godersi il panorama delle Grigne dal Ristorante La Madonnina di Barni, a quasi 1.000 m di quota, poco sotto la sua cima. La Madonnina di Barni è raggiungibile in auto da Barni o a piedi da un selvatico sentiero che sale da Onno: una via un po’ avventurosa, anche se a bassa quota, non troppo segnalata e che è bene conoscere la geografia del luogo prima di affrontarla. Il Monte Megna può essere invece raggiunto con un interessante anello che parte da Maisano di Valbrona, in prossimità del vecchio lavatoio, che raggiunge la cima passando per l’Alpe di Monte (737 m) e alcuni dossi che ne caratterizzano la sommità.

Alpe di Monte e il Monte Coltignone sullo sfondo.

Si può scendere quindi dalla parte opposta, raggiungendo Megna e quindi Lasnigo. Da qui per ripida carrozzabile si raggiunge la conca di Crezzo, con il suo laghetto, e si torna a Maisano per l’ombroso sentiero che aggira il Monte Megna sul versante E (attenzione in inverno!) passando per la frazione Prezzapino.

Da Valbrona con l’automobile è possibile scendere ad Onno e quindi a Lecco, oppure tornare verso Erba passando per Asso, dove merita una sosta la cascata sul lato sinistro della strada, riportata anche in una delle famose stampe del Viaggio pittorico nei Monti di Brianza (1823) di Federico e Carolina Lose, e Canzo.

La cascata di Asso

Si costeggia quindi il Lago del Segrino, unico lago di origine glaciale dell’Alta Brianza, incassato tra i ripidi pendii dei monti Cornizzolo a E e Scioscia a W, che nelle brevi giornate invernali gli danno un aspetto fosco, che contrasta con il solare aspetto dei lunghi pomeriggi estivi ricchi di villeggianti in cerca di frescura.

Nota Tecnica

Tutti i percorsi del Monte San Primo possono essere definiti di media montagna (livello medio di difficoltà E, massimo EE per brevi tratti). Non si sottovalutino comunque eventuali escursioni poiché esse si svolgono comunque in ambiente di montagna e possono richiedere anche alcune ore di cammino. Valutare sempre le proprie forze e capacità, e, nel dubbio, farsi accompagnare da persone esperte. Si raccomanda attenzione a descrizioni dei percorsi trovati in rete su siti non autorevoli. L’ambiente montano non è necessariamente ostile e pericoloso, tuttavia tutti i percorsi richiedono equipaggiamento adatto (scarpe, abbigliamento, zaino, acqua) e un livello di attenzione elevato, anche sui percorsi più facili. Porre speciale attenzione in inverno sulla Direttissima del Monte San Primo (presenza di neve e ghiaccio) e sul sentiero che aggira a E il Monte Megna: la scarsa illuminazione solare causa presenza di ghiaccio anche a bassa quota e il tracciato dà su ripidi versanti.

Guido Sala


[1] Storia – Santuario Madonna del Ghisallo

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