Sorgente dall’acque: il Monte Barro
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Di Guido Sala
I monti orfani – ovvero staccati dalle creste – sono relativamente diffusi nella regione insubrica.
Insieme al Monte San Salvatore (912 m), che sovrasta Lugano (CH) come un grande Pan di Zucchero, il più famoso di essi è il Monte Barro (990 m, su alcune mappe 922 m), parte integrante del paesaggio lecchese e ultima “vera” montagna prima delle colline briantee. Questo piccolo monte, che si erge solitario, quasi “sorgente dall’acque”, tra Lecco, Valmadrera e Galbiate, ha un’identità propria e sembra felice di non trovare un posto certo in nessuna classificazione. Tradizionalmente è ritenuto legato ai rilievi del Monte della Brianza, posti a S di esso, che in qualche modo ne continuano la cresta, ma non serve un occhio geologico particolarmente esperto per notare la differenza tra le blande creste del San Genesio e l’arditezza del Monte Barro, specie se visto da Lecco: il Monte della Brianza è infatti formato principalmente da arenarie, mentre il Monte Barro è esclusivamente calcareo, essendo parte integrante dei monti lecchesi propriamente detti. La sella di Galbiate che unisce il Monte Barro al Monte della Brianza sembra più una coincidenza geologica che un vero indizio di appartenenza al medesimo gruppo. Qualche libro di settore[1], ottimo tra l’altro, lo inserisce tra i satelliti del Resegone, pur essendo a W del Lario, ed effettivamente la vetta del Monte Magnodeno, ultimo risalto W del Resegone, dista dalla cima del fratello minore meno di 1 km in linea d’aria

Il Monte Barro dalla cima del Monte Magnodeno.
La più moderna classificazione SOIUSA[2] lo iscrive nella Catena del Triangolo Lariano, Gruppo dei Corni di Canzo, Sottogruppo Barro-Crocione, ma il Monte Barro è del tutto esterno al Triangolo Lariano, avendo quest’ultimo il proprio vertice SE sulla cima del vicino Monte Moregallo, al di là di Valmadrera. Sia come sia, la sua particolare collocazione rende il Monte Barro un’isola-montagna, quasi interamente circondato dall’acqua: a NE il ramo lecchese del Lario, a SE il Lago di Garlate e l’Adda, che si riallarga nel Lago di Olginate, a SW i laghi di Oggiono e Annone, separati dalla piccola penisola di Isella.
Il nome di questo monte condivide la medesima radice celtica o ligure br- di Brianza, che significa monte o altura, ed è un toponimo relativamente diffuso nell’area: il quasi omonimo Monte Bar (1.816 m) sopra Lugano, nel gruppo del Camoghé, il Monte Bregagno (2.107 m), a N del Monte Grona, sopra Menaggio, la località Barconcelli (1.415 m), a Premana, in Val Varrone, e la frazione Barcone (548 m), in comune di Primaluna, in Valsassina. Una leggenda dice che sul Monte Barro sorgesse la città di Barra, le cui rimanenze sarebbero le rovine dei Piani di Barra, poco distanti dalla Baita degli Alpini che si raggiunge da Galbiate seguendo la via carrozzabile in circa 5 km; una tradizione che è sicuramente la memoria tramandata del più grande insediamento goto (V – VI secolo d.C.) in Italia, visibile appunto al parco archeologico dei Piani di Barra. Gli scavi, svoltisi tra il 1986 e il 1997, hanno portato alla luce ben undici edifici, che ospitavano gli abitanti di un insediamento verosimilmente militare. Altri edifici sono stati individuati dagli archeologi, ma non sono stati scavati e sono tutt’ora intatti sottoterra. L’edificio di maggior rilievo è il “Grande Edificio”, avente un’area di circa 1.700 m2, il centro principale di tutto l’abitato.

L’area archeologica dei Piani di Barra.
Al suo interno sono stati scoperti i reperti di maggior pregio di tutto l’insediamento, tra cui la famosa “corona pensile”, un pezzo davvero unico. Tutti i reperti rinvenuti sono visibili presso il Museo Archeologico del Monte Barro, all’interno dell’Eremo, il grosso edificio che caratterizza il versante S del monte, ben visibile dalla SS36 che conduce a Lecco. Questa costruzione nella sua storia è stata diverse cose: all’inizio probabilmente una fortezza, poi un convento, quindi un sanatorio, infine un albergo[3]. Abbandonato per qualche anno, è stato acquistato dal Parco del Monte Barro, recuperato e utilizzato come museo, ristorante e ostello.
Il Parco del Monte Barro, costituito da Regione Lombardia nel 1983, ha una superficie di 655 ettari e 44 km di sentieri. È una zona SIC (Sito di Importanza Comunitaria) per gli endemismi botanici tipici di questa montagna. Durante l’ultima glaciazione la cima del Monte Barro rimase al di sopra del grande ghiacciaio che scendeva dalla Valtellina (il medesimo che scavò il Lario), permettendo la conservazione fino ai nostri giorni di una flora tipica del solo Monte Barro. Il Parco è dotato del Centro Studi per la Flora Autoctona, della Stazione Ornitologica a Costa Perla, appena sopra Galbiate, e del Museo Etnografico dell’Alta Brianza, situato nel bel borgo agricolo di Camporeso. La sede del Parco è la bella Villa Bertarelli (XVIII secolo) a Galbiate.
La cima del Monte Barro può essere raggiunta da tutti i suoi versanti: la via più breve è il sentiero 302 che dal parcheggio dell’Eremo (720 m) raggiunge la cima in meno di un’ora, passando per la Sella dei Trovanti (800 m). Un sentiero alla portata di tutti, anche se la seconda metà dell’itinerario sale ripida fino alla vetta. La salita dal versante SW può essere allungata lasciando la macchina più in basso, in località Fornace o in prossimità del vecchio lavatoio di Galbiate.
L’itinerario più panoramico parte invece da Lecco, in prossimità del Ponte Azzone Visconti (202 m), ed è la via più impegnativa per salire questo piccolo monte.

Lecco, Ponte Azzone Visconti.
Si imbocca il sentiero 304 che da Ponte Azzone Visconti sale ripido verso Pian Sciresa, ma giunti in località Bellavista (345 m) – splendida vista sul Resegone – si taglia verso S per un sentiero che si raccorda al sentiero 301 in prossimità della chiesa non finita di San Michele (XVIII secolo, 340 m), proseguendo in saliscendi fino a portarsi all’attacco della cresta S del monte, ormai in prossimità di Galbiate. Da qui si prende il sentiero 305 che affronta il Monte Barro sul filo della cresta: si scavalca il Terzo Corno (768 m), quindi una sequenza di brevi discese e ripide salite portano sui risalti del Secondo Corno (791 m) e quindi del Primo Corno (820 m), da cui si raggiunge in discesa la Sella della Pila (787 m), dove convergono i raccordi che portano alla Sella dei Trovanti, sulla cresta W del monte, e al sentiero 307, detto “delle Torri”, per alcune interessanti fortificazioni gote del VI secolo d.C., tuttora visibili sul versante S della montagna.

Il Monte Barro dal Primo Corno.
Dalla Sella della Pila il sentiero sale ripido verso la vetta, e superati un facile passaggio di roccette (attenzione!) e un ultimo strappo si raggiunge la cima del Monte Barro (990 m), da cui si ha una splendida vista a 360°: il Lario e le Grigne a N, il Monte Due Mani, il Monte Melma, il Resegone e il Monte Magnodeno a E, a S l’Adda, Galbiate e il Monte della Brianza, a E la Brianza, la grande pianura fino al Monte Rosa e al Monviso, e le cime del Cornizzolo, del Monte Rai del Corno Birone, del Monte Prasanto, dei Corni di Canzo e del Moregallo. Sotto, la città di Lecco e il Lago di Garlate.

Il Resegone dalla cima del Monte Barro.
Dalla cima si scende brevemente verso E, in direzione Galbiate, ma subito si incontra la deviazione che indica il sentiero 304 verso i Prati della Corna, che costituisce l’anticima N del monte. Superata una breve discesa e un ripido passaggio di roccette (attenzione!) si raggiunge la Corna (circa 900 m), che precipita sul Ponte Azzone Visconti: da qui si gode una vista insolita sulla cima principale del monte.

Il Monte Barro dalla Corna.
Dai Prati della Corna si scende ripidi per il medesimo sentiero 304 (attenzione in inverno!), fino ad incrociare il sentiero 301 in prossimità del Sasso della Vecchia (670 m), un tozzo torrione calcareo posto sul versante N in fronte al Moregallo. Da qui il sentiero prosegue più facile nel bosco, verso la bella baita di Pian Sciresa (435 m), da dove si può tornare al Ponte Azzoni Visconti per il sentiero 304.
Un accesso insolito per raggiungere la cima del Monte Barro parte dalla località Fornaci Villa (230 m), prendendo il sentiero 309 che tra rado bosco raggiunge la rustica Baita di Vinargino, di proprietà del CAI di Valmadrera. Da qui il sentiero prosegue per l’Eremo e quindi per la vetta con il sentiero 302. La discesa può essere fatta imboccando alla Sella dei Trovanti il sentiero 308, che torna a Valmadrera per l’appartata Val Faèe (Valle dei Faggi), forse l’area più solitaria, specialmente in inverno, del Monte Barro.
Monte ricco di storia, come si è già scritto, oltre alle ricordate rovine dei Piani di Barra e alla chiesa settecentesca non finita di San Michele, in prossimità dell’Eremo sorge la piccola chiesa di Santa Maria degli Angeli al Monte Barro, a navata unica, di fattura tardo-gotica.

La chiesa tardo-gotica di Santa Maria al Monte Barro.
La costruzione attuale incorpora il primitivo sacello dedicato a San Vittore ed ha la fronte rivolta verso W, con una un’elegante scalinata di accesso. Officiata dai Frati Francescani Riformati dal 1514 al 1810, nel XVII secolo fu ampliata ed assunse la denominazione attuale, frequente presso le chiese conventuali dell’ordine francescano. Già nel 1912 il Ministero dell’Istruzione Pubblica dichiarò questa chiesa “monumento di importante interesse”, sottoponendola a tutela. La chiesa è attualmente di proprietà della Parrocchia di Galbiate ed è ancora meta di pellegrinaggi, specialmente da parte dei galbiatesi.
Un breve approfondimento merita anche la chiesa incompiuta di San Michele. Luogo di culto da secoli, l’edificio originario era probabilmente di epoca longobarda. Il più antico documento risale al 1146 quando la chiesa di San Michele fu venduta dall’Arcivescovo Uberto al monastero milanese di S. Dionigi. Nel XVII secolo l’antico oratorio fu restaurato e ampliato, ora inglobato a mo’ di cripta nell’attuale chiesa, e si costruì l’attiguo oratorio di Sant’Anna (1690), che divenne l’ossario dei morti delle pesti del 1576 e del 1630, diventando meta di frequenti processioni in commemorazione dei defunti. L’attuale chiesa fu voluta dal notaio galbiatese Francesco Spreafico, che con suo testamento del 1682 dispose la sua realizzazione secondo il progetto dell’architetto milanese Attilio Arrigoni (1640-1709). La costruzione ebbe inizio nel 1718 e si concluse con una copertura provvisoria nel 1752, crollata nel 1939. A pianta ottagonale e a croce greca, la chiesa non fu mai completata e pertanto non poté mai essere adibita alle funzioni di culto. Da allora l’incompiuta chiesa, come scrisse nel 1885 l’abate Antonio Stoppani, “rimase allo stato di scheletro spolpato, nido di pipistrelli, di falchi e di barbagianni, e stazione estiva di rondini”.

La chiesa incompiuta di San Michele e l’oratorio di Sant’Anna.
La devozione per i morti della peste andò progressivamente diminuendo col passare dei decenni, lasciando sempre più il campo a feste popolari e manifestazioni culminanti nella famosa Sagra di San Michele, che dalla prima metà del Settecento si tiene ogni anno intorno al 29 settembre. Nel 1883 vi partecipò la Regina Margherita di Savoia. Con l’intervento di restauro conservativo promosso dal Parco del Monte Barro ed inaugurato il 27 settembre 2008, la chiesa di San Michele è stata sottratta a un degrado che pareva irreversibile e restituita alla comunità come un suggestivo spazio per concerti ed eventi culturali.
Nota Tecnica
Il Monte Barro ha un’altitudine modesta e i suoi sentieri sono generalmente di facile percorribilità (difficoltà E). Non si sottovalutino però i descritti sentieri 304 e 305 (difficoltà EE): il dislivello è piuttosto impegnativo e richiedono alcune ore di cammino nel caso li si voglia percorrere integralmente. Valutare quindi sempre le proprie forze e capacità, e nel dubbio farsi accompagnare da persone esperte. Si raccomanda attenzione a descrizioni dei percorsi trovati in rete su siti non autorevoli. L’ambiente montano non è necessariamente ostile e pericoloso, tuttavia tutti i percorsi richiedono equipaggiamento adatto (scarpe, abbigliamento, zaino, acqua) e un livello di attenzione elevato. Si raccomanda prudenza, specialmente in inverno, nel tratto che dal Primo Corno porta alla vetta, e da qui ai Prati della Corna e al Sasso della Vecchia. Attenzione per la possibile presenza di ghiaccio, specie nelle prime ore del mattino. Alcuni passaggi sono un poco esposti e richiedono passo fermo e assenza di vertigini. In inverno è più conveniente salire per il sentiero 304 e scendere per il 305, affrontando in salita il tratto in ombra.
Guido Sala
[1] Resegone e dintorni, di Marzio Sambruni, 2012
[2] Suddivisione Orografica Internazionale Unificata del Sistema Alpino (SOIUSA)
[3] La Grande Brianza, Istituto Editoriale Regioni Italiane, 1978





